20 Luglio 2019
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I Templari alla Sorresca

Una Bolla di Papa Innocenzo III conservata presso l’Archivio Comunale di Grottaferrata ci informa che i Cavalieri Templari erano presenti nel territorio intorno al Lago di Paola già nel 1211. I monaci rosso-crociati, appena arrivati, erano entrati in conflitto con i Monaci Basiliani di Grottaferrata che reclamavano la titolarità dell’originario diritto di enfiteusi sulla Sorresca. Per placare la lite fu necessario l’intervento del Santo Padre, che era particolarmente legato al possedimento tanto che vi villeggiava diversi giorni all’anno, come ci informa il De Coenobio nella sua “Costituzione Apostolica”. Ecco quanto ci dice invece circa la lite sorta fra le due comunità religiose: “Finalmente, nello stesso territorio dei monaci, avendo un tempo concesso ai Fratelli della Milizia del Tempio di usufruire del Monastero di Santa Maria della Sorresca insieme alla sua tenuta, versando ogni anno, nelle festività dell’Assunzione, una determinata somma di denaro, e tuttavia essendo scoppiata una lite, Innocenzo la compose in ogni sua parte, dopo aver inviato il 2 agosto 1211 ad ambedue i contendenti una lettera. E tutto questo risulta da autentiche lettere di Innocenzo III”. E questa è lettera ai Templari: “Ai fratelli della Milizia del Tempio dell’Aventino. Esaminata la causa che verteva in nostra presenza tra voi, da una parte, e i diletti figli l’Abbate, e i monaci di Grottaferrata, dall’altra, sopra la Chiesa di Santa Maria della Sorresca con le sue pertinenze, essendo stati prodotti testimoni e strumenti da ambedue le parti, finalmente, mediante la nostra mediazione, si è giunti a questo accordo: che voi abbiate in perpetuo liberamente e pacificamente la Chiesa ricordata, con tutto ciò che ad essa spetta, mentre i Monaci sopraddetti, desistendo da ogni lite e richiesta, rinunziano a qualunque diritto, anzi concedono anche quelli che a loro sembrava di avere, a condizione che voi paghiate a Roma a titolo di censo ogni anno, nelle festività dell’Assunzione della Beata Vergine, trenta soldi provisini del Senato. Noi dunque questa stessa composizione spontaneamente accettata dall’una e dall’altra parte, la confermiamo con la nostra apostolica autorità e decretiamo che la stessa venga osservata inviolabilmente. Dal Laterano il 2 agosto dell’anno XV.” Identica lettera veniva inviata dal Pontefice all’Abate e ai Monaci di Grottaferrata. Gli iperattivi Templari, che si presume fossero nel territorio già prima del 1211, entravano così a pieno titolo in possesso della “Chiesa e del Monastero con il lago, le sue case e gli edifici nel suo ambito, con le vigne, le terre, il lago e la pesca, nonché le cappelle e le chiese ad essa soggette e tutte le sue pertinenze”.
In quegli anni – fa osservare Clemente Ciammaruconi in un testo apparso sul catalogo di una mostra di qualche anno fa sui Templari – l’ordine del Tempio godeva di un grande favore presso il Pontefice, favore fondato sulla sua aspirazione a liberare Gerusalemme, riconquistata dalle armate mussulmane di Saladino nel 1187. In particolare, Innocenzo III attribuiva ai Templari un ruolo primario nell’organizzazione di una nova crociata: da qui la necessità di consolidare le strutture dell’Ordine in Occidente e specialmente in Italia dove questo particolare riguardo si tradusse nell’ottenimento di importanti uffici presso la Curia romana, come pure di vantaggiose soluzioni nelle controversie che sorgevano tra fondazioni templari e autorità sia laiche che ecclesiastiche”.
Il territorio, che è oggi di Sabaudia, rappresentava la più importante fra le proprietà della Precettoria Romana dell’Aventino, che era a sua volta una delle Domus templari più importanti d’Italia, soprattutto per la sua vicinanza alla sede papale.
Si può immaginare quale fosse, all’epoca, lo stato del territorio: una selva ininterrotta di boschi, terreni acquitrinosi che in tempo di piogge diventavano un vasto lago da monte a mare. I poderosi tronchi, che potevano superare il metro di diametro e sopportare allagamenti prolungati. Crescevano nelle acque stagnanti insieme a quelli di frassino, i pioppi e ontani neri. Strisce di fumo si alzavano qua e là provenienti dalle carbonaie o dalle lestre, povere capanne costruite nelle zone più elevate e asciutte della palude insidiosa.
Non è escluso che alla causa Templare abbiano contribuito anche latifondisti del basso Agro romano con l’elargizione di terre, dietro promessa della salvezza della loro anima. Una costante dei monaci fu anche qui l’unificazione delle parcelle agrarie e l’abilità nello sbarazzarsi dei terreni improduttivi o troppo distanti l’uno dall’altro. Dopo aver dissodato ampi appezzamenti di terreno e prosciugato zone paludose, nei loro possedimenti seminarono grano e impiantarono vigneti, colture fondamentali nel Medioevo cristiano, ma soprattutto allevarono cavalli, bufali, pecore e maiali che si alimentavano liberamente nell’area della grande foresta. La lana degli ovini veniva essiccata per essere poi spedita in Terrasanta, dove arrivavano anche cavalli e grossi quantitativi di pesce salato.
Con il nome di Santa Maria della Sorresca, non si intendeva il solo complesso religioso sorto sui resti di una villa rustica romana del I secolo a. C., ma l’insieme di fiorenti aziende ittiche e agricole la cui produzione veniva convogliata verso la Precettoria dell’Aventino via mare o utilizzando la Via Severiana. Una volta a Roma, le merci venivano appoggiate in appositi magazzini prima di essere spedite Oltremare. A proposito di piscicoltura,anche la Vasca di Locullo nei pressi el Canale romano e altre antiche peschiere sulla sponda del lago, che erano scampate alla furia del tempo per più di un millennio, furono ripristinate e rese funzionanti. In pratica la ricchezza del territorio era rigorosamente finalizzata a uno scopo: la difesa della Terrasanta.
Almeno tre le Crociate che si beneficiarono degli aiuti dei “coloni” templari: la quinta Crociata (1217-1221) contro gli Egiziani, la sesta (1228-1229) con Federico II e la settima (1248-1254) con Luigi IX. Non si contavano i rubbi di terreno a disposizione dei monaci per la bisogna. “Nel Medioevo – scrive Giuseppe Capponi nel suo Il Promontorio Circeo illustrato con la Storia del 1856 – fu chiamata anche Isola della Sorresca tutta l’estensione di terra dalla Chiesa di S. Maria sino alle falde del Monte Circeo che circondata veniva dal mare, dalla foresta e dalle paludi”.
Su questo percorso, all’altezza di Molella, ancora agli inizi del Novecento, si poteva osservare una torretta di età medievale, mentre più avanti s’incontrano oggi i ruderi della struttura monastico-militare dei Casarini. Originariamente villa romana repubblicana, fu restaurata nel XIII secolo sotto il dominio dei Monaci del Tempio. Due impianti con chiare caratteristiche templari, due luoghi di preghiera, ma anche un insieme organico, con S. Maria della Sorresca in primis, per il controllo della costa a distanza di sicurezza.
Con i lavori di fortificazione alla Sorresca, il campanile che divenne anche un punto di osservazione, il canale intorno all’isoletta, il ponte levatoio, il tenimentum di Sabaudia divenne un’oasi tranquilla dedicata alla preghiera e al lavoro. Ai Casarini e tutto intorno al lago cessarono le razzie dei pirati. I feroci scontri a coltello erano terminati con l’arrivo dei monaci dal mantello bianco. Lo specchio del lago riprese a sostenere in serenità il traffico da e per Ostia. L’asta di lancio la corsesca, lo stocco, la mazza ferrata, l’ascia di guerra, il pugnale e la cotta di maglia messi definitivamente da parte. I pirati provenienti dalle coste tunisine, algerine e marocchine sapevano bene con chi avevano a che fare. Riuscire a farla franca dalle acque della Sorresca, governate dai Templari, era alquanto difficile.
Dunque non solo monaci-agricoltori a Sabaudia, ma una milizia che, secondo il modello templare, disponeva al suo interno di una èlite di monaci e di chierici cui era affidato il servizio religioso e offensivo e di un altro gruppo di laici che si occupava delle necessità pratiche dei singoli impianti monastico-militari. Ancora croce, lavoro e spada per la difesa della pace e dei Luoghi cari al Signore.

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